08 Gen Violenza sessuale ed educazione sessuale, due proposte di legge di Tina Anselmi
È nel 1975 che per la prima volta Tina Anselmi affrontò in Parlamento il tema dell’educazione sessuale in un contesto sociale che aveva mutato i comportamenti di molti cattolici, sempre meno
propensi a seguire le indicazioni della dottrina ufficiale della Chiesa. Sensibile ai cambiamenti e attenta al mondo giovanile, la deputata veneta pensava alla legge sui consultori che si stava
discutendo allora a Montecitorio, come strumento in grado di dare «un’ampia educazione sessuale ai giovani». Ciò però rischiava di limitare la questione solo all’aspetto igienico-sanitario e questo
non poteva soddisfarla. La preoccupava la scarsa difesa della dignità delle donne, vittime di stereotipi e pregiudizi così radicati da giustificare alcuni atti criminali. Dunque, educazione sessuale
e violenza sessuale per lei erano questioni connesse, lo sviluppo di una poteva diminuire la dimensione dell’altra.
Anche se era conscia delle difficoltà, nel 1979 sentì comunque il bisogno di agire. Propose un provvedimento a «tutela della dignità umana contro la violenza sessuale» (Atto Camera dei
Deputati n. 1057, 28 novembre 1979), che non poteva più essere considerata come astratto attentato alla morale ma azione criminosa contro una persona concreta. Atto coerente con la sua filosofia che
aveva attinto da giovane dal personalismo cristiano dei teologi francesi. La donna è innanzitutto come l’uomo una persona e dunque quei reati erano contro la persona. Nell’esporre la sua proposta,
denunciò ai suoi onorevoli colleghi «il grave e crescente fenomeno della violenza sessuale» che per lei affondava «le sue radici in una sempre più diffusa concezione di libertà intesa non come
liberazione morale dagli istinti, ma come massima espansione dei medesimi». Non bastava reprimere, ma occorreva agire preventivamente, «cominciando a incriminare tutte quelle
manifestazioni che costituiscono terreno culturale in cui il germe della violenza sessuale trae origine e si sviluppa», soprattutto contrastando la pornografia «laddove mercifica e degrada a mero oggetto
la persona umana, in particolare la donna, calpestandone la dignità». Il codice andava cambiato, andavano compresi «in una unica fattispecie criminosa di violenza sessuale i reati oggi distinti di
violenza carnale e di atti di libidine violenti», rendendo inutile stabilire le modalità dell’atto criminoso. Così Tina Anselmi voleva evitare alle vittime di abusi l’odiosa casistica che si faceva
nelle aule giudiziarie e che le poneva in grave imbarazzo, se non addirittura le riduceva da vittime a colpevoli. Se il nuovo diritto di famiglia approvato solo nel 1975 riconosceva finalmente la parità
tra i due coniugi, la sua concreta attuazione richiedeva tempi lunghi. Ecco la necessità d’interventi volti a superare tali retaggi culturali e che potevano trovare nelle scuole l’ambiente più favorevole.
Nel gennaio del 1980, l’on. Anselmi presentò un disegno di legge per introdurre l’educazione sessuale nelle scuole (Atto Camera dei Deputati n. 1315, 23 gennaio 1980). Il tema era dibattuto
poiché era «unanime il riconoscimento che la causa principale del disorientamento di cui è vittima il mondo giovanile in campo sessuale, va ricercata prevalentemente nella mancata o errata
educazione». Poi, la sessualità non tocca solo la sfera privata ma investe la cultura e la vita sociale, poiché «nella condotta sessuale si riflettono, la maturità o l’immaturità della persona, il suo grado di
formazione umana». Infatti, «nell’esame dei problemi della sessualità e della sua educazione va riconosciuto anzitutto il valore della persona umana, soprattutto in un tempo in cui il sesso è
considerato uno dei tanti beni di consumo».
Per l’on. Anselmi, i giovani dovevano acquisire una coscienza sessuale fondata sulla conoscenza della persona, sul rispetto delle leggi, sul rifiuto di pregiudizi e di abitudini errate, così da rendere
«il soggetto cosciente e capace di padroneggiare i suoi impulsi e consentirgli di vivere con responsabilità e quindi senza traumi l’esperienza umana della sessualità». Occorreva tener ben
presente che l’educazione sessuale andava «sempre affrontata nel contesto dell’educazione in generale», adeguandola alle varie fasi dell’età evolutiva. Doveva perciò iniziare in famiglia e poi a
scuola «che non può restare indifferente al problema sessuale», essendo suo compito «promuovere la formazione integrale della personalità». Lei non pensava di certo a lezioni di una nuova specifica
materia, ma a una sensibilità che la scuola potrebbe costruire anche svolgendo i programmi di studio tradizionali, con interventi occasionali di esperti, ma soprattutto «favorendo il costituirsi di
una vera comunità scolastica, che consenta agli alunni d’incontrarsi nella vita di gruppo sul piano dell’amicizia e del reciproco rispetto». Un passaggio significativo del suo intervento criticava sia la
fuga dal sesso sia l’eccessivo edonismo:
«Nessuno può ignorare che vi è un’etica della sessualità, senza il rispetto della quale l’uomo scade a livello animale, ma non si può pensare che l’etica possa costituirsi a partire dalla sessualità. È
per questo che l’educazione sessuale non consiste nel presentare la sessualità come il terreno privilegiato della colpa, ma nel riconoscere alla sessualità il vero significato e il posto che essa
occupa nella realizzazione della personalità. Fuggire infatti dalla sessualità e nella sessualità sono due atteggiamenti falsi e disumani, come lo sono l’angelismo disincarnato e il sensismo edonistico.
Il problema piuttosto è quello di cogliere l’autentico valore della dimensione sessuale della persona e ricomporre in campo sessuale l’equilibrio tra spontaneità e razionalità».
Non andava trascurata la dimensione sociale della sessualità che «dice per se stessa alterità», per cui bisogna educare i giovani al «riconoscimento reciproco della dignità di persona» e al richiamo ai
doveri verso se stessi e verso gli altri, perché possano avere rapporti interpersonali autentici e rifiutino «atteggiamenti di competitività, di aggressività e di violenza». Ecco dunque la sua risposta
ai colleghi che le avevano bocciato la legge sulla violenza sessuale. Dare un ruolo centrale alla scuola per ridurre in futuro quegli odiosi comportamenti criminali grazie a un cambiamento
culturale che riconosca la donna come persona al pari dell’uomo. Certo, la proponente era d’accordo con il più illustre dei suoi critici, lo scrittore Goffredo Parise, riprendendo la sua battuta
ironica, anche lei pensava che «il sesso non s’insegna a scuola come l’analisi logica», ma niente per lei «è meno semplificabile della sessualità». Non pretendeva di dare un punto di riferimento
sicuro in una sfera così intima che «semmai è continua crescita, evoluzione, ricerca e inquietudine». Infatti, concluse, «la sessualità è un bisogno che si carica delle nostre ansie e delle nostre speranze,
delle nostre carenze, insomma della nostra realtà profonda di uomini, del nostro bisogno di comunicare».
Sorprende il carattere molto attuale e laico delle norme proposte da questa donna cattolica che sembrava voler dare una lezione alla Camera, indicando l’atto sessuale come forma di
comunicazione conclusiva di un percorso che tra due persone, specie se giovanissime, fosse iniziato molto prima, con la conoscenza, l’amicizia, il reciproco rispetto. Questa e non altro per
Tina Anselmi era l’educazione sessuale da praticarsi nelle scuole.