Una donna che cambiò la Repubblica. Tina Anselmi, ministra del Lavoro (1976-2026) - Tina Anselmi
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Una donna che cambiò la Repubblica. Tina Anselmi, ministra del Lavoro (1976-2026)

Riportiamo il testo dell’intervento di Mauro Pitteri, segretario dell’Associazione In Memoria di Tina Anselmi, pronunciato in occasione dell’evento “Una donna che cambiò la Repubblica. Tina Anselmi, ministra del Lavoro” 

Senato della Repubblica, sala Zuccari, palazzo Giustiniani, via della Dogana vecchia, 29 – Roma

Mercoledì 25 febbraio ore 16.00

Nella breve biografia scritta per l’annuario dei deputati, Tina Anselmi disse di dedicarsi «con particolare interesse ai problemi della famiglia e del lavoro della donna». Grazie alla sua competenza in materia, nel ‘74 fu sottosegretaria al Ministero del Lavoro nel governo Rumor, incarico che mantenne anche nei successivi governi Moro. Infatti, si era già distinta per la sua attività parlamentare essendo stata tra l’altro relatrice della legge del ’71 che tutelava le madri lavoratrici e, due anni dopo, della norma che regolava il lavoro a domicilio. Poi nel 1975  aveva presieduto la delegazione italiana alla conferenza indetta dall’Onu a Città del Messico per l’anno internazionale della donna e infine nel novembre dell’anno dopo aveva organizzato la Conferenza nazionale sullo «sviluppo sociale ed economico del Paese e la condizione femminile».

Dunque nel 1976, quando Andreotti formò il suo terzo governo, se Tina Anselmi  fu la prima donna nella storia d’Italia ad assurgere al rango di ministro, non lo fu solo perché indicata da Moro e Zaccagnini, ma anche per la sua competenza in un ambito così complesso come quello del lavoro e della previdenza sociale.  Da subito mise al centro della sua azione la donna lavoratrice. Intervenendo alla Conferenza da lei organizzata, ebbe a dire che «la cura della casa e dei figli, caricati quasi completamente sulla donna sono elementi di discriminazione e di segregazione della donna stessa» che ne diminuivano perciò la possibilità di un proficuo inserimento nel mercato del lavoro.[1]

Chiusa la conferenza, ai giornalisti si disse soddisfatta e distribuì loro il testo del suo disegno di legge sulla parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro che sarebbe stato sottoposto al vaglio del successivo Consiglio dei ministri.[2]

Il 21 gennaio 1977, Tina Anselmi presentò il suo disegno di legge sulla parità salariale, da molti considerato il suo capolavoro parlamentare, tanto che sarebbe passato alla storia dell’emancipazione femminile italiana col suo nome, legge Anselmi. Relazionando alla Camera, sottolineò l’urgenza di superare «ogni residuo stato di inferiorità» della condizione femminile sia nelle leggi, sia nel costume, allo scopo «di consentire alla donna di realizzarsi pienamente in ogni campo». Per raggiungere questi obiettivi la Ministra indicò due strade: impedire qualsiasi «discriminazione basata sul sesso» e ridurre in modo significativo «la tutela specifica della lavoratrice». Si trattava di capovolgere la legislazione sociale attuata da più di un secolo che considerava «le lavoratrici soprattutto come soggetti bisognosi di tutela, fisica e morale». Infatti, il miglioramento delle condizioni di lavoro e «la caduta di certe preclusioni di costume», consentivano di abbandonare la legislazione vigente ancora fascista.

La ministra passò poi a illustrare il disegno di legge che al primo articolo «abrogava i divieti assoluti per ragioni di tutela fisica». Il secondo sanciva «il diritto della lavoratrice alla stessa retribuzione del lavoratore quando le prestazioni richieste siano di pari contenuto». Il quinto regolava il divieto di lavoro notturno, il sesto estendeva anche alle lavoratrici che avevano ottenuto in affidamento o adottato bambini le stesse tutele previste per le madri naturali. Il settimo, estendeva anche al padre il diritto di assentarsi dal lavoro «per ragioni di assistenza e cura del bambino». Gli altri articoli dal contenuto tecnico davano conto di tutta la competenza della ministra in temi complessi come ad esempio la reversibilità delle pensioni. [3]

La legge Anselmi suscitò un rovente dibattito nei movimenti delle donne, poiché diverse erano le risposte alla domanda di cosa volesse dire parità. Per la ministra una risposta era stata quella di estendere ai padri il diritto di assentarsi  dal lavoro per provvedere alla cura dei figli, correggendo la vecchia legge che sanciva sì il valore sociale della maternità, ma dava per scontato che a farsi carico dei figli sarebbe stata comunque la donna.[4] Per molte femministe la proposta Anselmi, pur contenendo elementi positivi come la soppressione delle tutele specifiche, si muoveva nell’ottica della sola parità e non delle pari opportunità, ovvero non prevedeva normative adatte a realizzarla davvero la parità. Obiezioni che in seguito avrebbe in parte fatte sue quando nel 1988 sarebbe stata la prima firmataria del disegno di legge che proponeva d’istituire la Commissione per le pari opportunità e di cui sarebbe stata la prima presidente.

Le polemiche anche aspre continuarono. Il 30 giugno, intervenendo alla Camera la ministra disse di condividere molte delle critiche al suo progetto, si associava a quanti denunciavano la scarsezza di servizi sociali che aiutassero la donna a conciliare lavoro e famiglia. Invitava però tutti al realismo. Per lei, il provvedimento in esame, la cui finalità specifica era la parità salariale, avrebbe avuto effetti positivi perché rafforzava «la capacità competitiva della donna», perché si operava per «allargare la sua presenza in tutti i comparti produttivi, senza essere limitata a settori tradizionali». Pur con i suoi limiti, la ministra riteneva innovativo il progetto in esame perché modificava «radicalmente l’ottica in cui viene considerata la lavoratrice».

Una lunga parte del suo intervento, Tina Anselmi lo dedicò a una sorta di lezione di diritto costituzionale, in risposta anche alle tante critiche ingenerose dei movimenti femminili e femministi. Era l’art. 37 Cost. il fondamento della proposta di legge in esame e se sul lato economico, entro certi limiti, molto si era fatto, poiché i contratti collettivi ormai si erano adeguati al dettato costituzionale, analoga attenzione invece non era stata riservata ad altri diritti previsti dalla Costituzione e pensava alle pronunce del Consiglio di Stato per l’accesso ai pubblici concorsi, ad aspetti del costume e citava il caso di Anna Coin «costretta a indossare in ufficio il grembiule nero»; alla sentenza della Consulta sulla disparità di trattamento pensionistico. Episodi significativi, ma che riguardavano le singole ricorrenti in giudizio.

Ebbene, il suo provvedimento  non solo affermava «l’uguaglianza nell’accesso al lavoro, nella formazione professionale, nella retribuzione, nella carriera, nelle condizioni di lavoro», ma dava anche gli strumenti perché tali diritti fossero effettivi grazie all’azione della lavoratrice, dei sindacati e dell’Ispettorato del lavoro. Certo, non si aspettava un cambio repentino dei costumi,  ma «gli effetti positivi non sarebbero mancati». Infatti, la norma faceva intendere che «effettivamente ogni campo del lavoro è aperto alle donne», ampliando i loro orizzonti professionali e offrendo «una formazione professionale non ristretta a settori tradizionali, cosiddetti femminili». Poi, accalorata, insistette su alcuni passaggi che riteneva particolarmente significativi. Insomma, i suoi onorevoli colleghi se ne facessero una ragione, il provvedimento atteso da milioni di donne andava approvato quanto prima.[5]

A fine anno finalmente la legge fu varata, tante resistenze, confidò in seguito la stessa Anselmi, si ebbero perché «nei partiti, a cominciare dalla Democrazia cristiana, gli uomini avevano una gran paura dell’ondata femminista che premeva».[6]

Per ottenere la legge 903 fu fondamentale la pressione dei movimenti femminili, femministi e delle sindacaliste.[7] Tuttavia, fu la proposta d’introdurre contratti di lavoro a tempo parziale, a infiammare il dibattito. Molti datori di lavoro se ne dissero entusiasti, mentre da tempo erano contrari tutti i sindacati confederali. Infatti, per alcune studiose le maggiori sigle confederali non dimostrarono lo stesso entusiasmo per la legge fortemente voluta dalla deputata veneta.

La visibilità conquistata da Tina Anselmi e le sue indubbie capacità politiche e parlamentari l’avevano suo malgrado resa oggetto delle prime forme di trasmissioni televisive che mescolavano informazione a intrattenimento. Suo malgrado, una domanda rivoltale da Costanzo a “Bontà loro”, «perché era rimasta nubile», che la mise in imbarazzo, segnò per uno storico «la nascita della neotelevisione».[8] In effetti, l’interesse dei giornalisti per la sua vita privata le era parso esagerato. Sempre la stessa domanda, se rimpiangeva la sua condizione di “signorina”. La segretaria Cisl dei tessili, Sandra Codazzi, le suggerì di rispondere «signorina ma non per forza». Poi Tina si stancò, soprattutto nei programmi televisivi, dove non si approfondivano mai i temi politici e allora consigliava al giornalista di turno di far la stessa domanda a un politico maschio. Con ben altra classe Catherine Spaak la intervistò nella trasmissione “Harem” e a lei confessò arrossendo del suo primo amore e che il suo modello di uomo era Gary Cooper.[9] Amava il cinema e non si perdeva mai la mostra internazionale di Venezia. Alloggiava in una stanzetta al Lido ospite di una sua vecchia amica.[10]

Grazie.

©Associazione In Memoria di Tina Anselmi/Mauro Pitteri

 

[1] T. Anselmi, Sviluppo sociale ed economico del paese ed occupazione femminile, in «Donna e società», anno 10 (1976), n. 40, pp. 5-24, articolo ripreso da  T. Noce, Donne di fede. Le democristiane nella secolarizzazione italiana, Edizioni ETS, Pisa 2014, p. 238.

[2] Conferenza stampa del Ministro del lavoro Tina Anselmi, in «Donna e società», anno 11 (1977), n. 41, pp. 77-81.

[3] Atto Camera dei Deputati n. 1051, 21 gennaio 1977, recepito dalla Legge 9 dicembre 1977, n. 903, Parità tra uomini e donne in materia di lavoro.

[4] «Noi Donne», 15 maggio 1977, citato in F. Lussana, Il movimento femminista in Italia. Esperienze, storie, memorie, Carocci editore, Roma 2012, p. 104. D. Gottardi, Maternità, lavoro e welfare, in Fondazione Nilde Iotti, L’Italia delle donne. Settant’anni di conquiste, Donzelli Editore, Roma 2018, pp. 277-292.

[5] T. Anselmi, Il progresso delle lavoratrici. Discorso pronunciato alla Camera dei Deputati nella seduta del 30 giugno 1977, edito in T. Anselmi, Nessuna persona è inutile, Edizioni di Comunità, Roma/Ivrea 2021, pp. 19-36.

[6] M.R. Cutrufrelli, E. Doni et al., Il Novecento delle italiane cit., p. 341.

[7] M.A. Bracke, La nuova politica delle donne. Il femminismo in Italia 1968-1983, Edizioni di storia e letteratura, Roma 2019, pp. 198-200.

[8] G. Crainz, Il paese reale. Dall’assassinio di Moro all’Italia di oggi, Donzelli editore, Roma 2012, pp. 100-101.

[9] L. Vanzetto, Tina Anselmi, in Il contributo della classe dirigente trevigiana alla vita politica nazionale: figure esemplari. I democratico-cristiani, a cura di A. Turcato, Piazza editore, Roncade (TV) 2012, pp. 29-40.

[10] Così mi ha raccontato sua nipote, Valentina Magrin. Tina Anselmi amava l’arte come del resto testimonia la sua tesi di laurea dedicata a Giorgione. La critica d’arte Marica Rossi ha affermato di averla conosciuta nei primi anni Novanta al Festival dei Due Mondi di Spoleto e di essere rimasta stupita dalla sua competenza teatrale. Lo ha testimoniato alla presentazione di un trailer alla Mostra del Cinema di Venezia nello spazio della Regione Veneto, dedicato al progetto di un monumento che il Comune di Castelfranco Veneto vorrebbe erigere in suo onore il 30 agosto 2023.