La giovane Tina Anselmi: Resistenza e sindacato (1944-1948) - Tina Anselmi
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La giovane Tina Anselmi: Resistenza e sindacato (1944-1948)

«Portava sempre con sé la tessera del partito firmata da Matteotti».

Il padre di Tina Anselmi, Ferruccio, era aiuto-farmacista a Castelfranco. La madre, Norma Ongarato, prima di sposarsi dava una mano alla nonna di Tina, Maria, titolare di un’osteria. La Castelfranco degli anni Trenta era contadina ma anche operaia. Qui esisteva un insediamento industriale, officine meccaniche dove si producevano carri ferroviari. Tina, nacque il 25 marzo 1927: «Sono cresciuta in una famiglia cattolica, con un papà antifascista. Portava sempre con sé la tessera del partito firmata da Matteotti». L’infanzia di Tina è scorsa serena tra Veneto e Umbria dove trascorreva a Narni le vacanze estive dagli zii. Aveva un bel ricordo della sua maestra Teresina e delle sue compagne di classe.

«L’ho sempre ricordata quella mia maestra dei cinque anni della scuola elementare. Era alta, sempre tutta avvolta nel suo lungo vestito nero. Si rifiutava di tenere la lezione di ginnastica imposta dalle nuove norme scolastiche fasciste. Questo compito l’aveva affidato a me, capoclasse. Noi eravamo, ricordo la mia quinta elementare, cinquantun bambine. C’era sì qualche bambina che non studiava, che era “bocciata”, ma si trattava di bambine che la vita difficile dei contadini di allora portava al sacrificio quasi totale di sé, per gli altri, per i numerosi fratelli, per la cura e la custodia degli animali che talvolta mangiavano loro i libri, bambine relegate tra mucche e pecore, dove non rimaneva loro il tempo non solo per studiare, ma nemmeno di sviluppare in qualche modo la loro intelligenza».

 

«Tina primeggiava per il suo buon esempio»

Nel 1941, Tina frequentava l’Azione cattolica e la Gioventù femminile. Amava però anche le gite in bicicletta e lo sport, lanciava il giavellotto e giocava a pallacanestro. A Castelfranco, la maestra Emma Parisotto aveva aperto una sede della Protezione della giovane. Vi aderivano le giovani cattoliche e tra loro Tina e la sua amica Marcella Dallan che così ha ricordato:

«L’istituzione fondata da zia Emma offriva appoggio morale e in certi casi anche economico a giovani ragazze, quasi sempre minorenni, che dalla campagna si spostavano in città come domestiche. Alcune di loro, tornate in paese per una gravidanza indesiderata spesso venivano rifiutate dalla famiglia. In quel periodo zia Emma si occupò di un gruppo di studentesse adolescenti; fra queste c’ero io, un po’ critica nei confronti della zia, e Tina Anselmi che invece primeggiava per il suo “buon esempio”. L’obiettivo degli incontri era la formazione religiosa, la meditazione, l’apostolato».

Finite le medie, Tina andò all’Istituto magistrale delle suore del Sacro Cuore di Bassano del Grappa. Dunque, l’8 settembre del 1943, l’incombere di fatti drammatici, l’occupazione tedesca, la Repubblica Sociale italiana e la Resistenza la colsero negli anni della sua formazione a scuola, nell’Azione cattolica e nella gioventù femminile. A Castelfranco un primo gruppo antifascista si organizzò nell’inverno del 1943/44, guidato da ex ufficiali cattolici, Gino Sartor e Carlo Magoga. Si riunivano all’oratorio frequentato anche da Tina e dalla sua amica Liliana Saporetti. Nel gruppo c’erano anche due studenti di medicina, suo cugino Mario Boni e un «bel ragazzo alto e moro», Nino Acoleo. Tina già nell’estate del 1944 sentiva di dover aderire alla lotta antifascista: «Contraddiceva alla mia concezione cristiana della vita, l’idea di uno stato che negava fondamentali principi morali».

 

«La legge non può andare contro i diritti»

L’episodio più drammatico fu il rastrellamento del Grappa condotto dai tedeschi e dai fascisti nel settembre del 1944. Numerosi i partigiani caduti in combattimento o catturati. Il giorno 26, il tenente delle SS Herbert Andofer ordinò di impiccarne 31, tutti giovani. L’esecuzione fu eseguita da una squadra di giovani volontari delle “fiamme bianche” comandata dal ventiduenne vice brigadiere delle SS Karl Franz Tausch. Il modo fu atroce. Furono appesi agli alberi di viale Venezia. Fecero da capestro dei cavi telefonici legati a una fune tirata da un camion. Chi respirava ancora fu tirato per le gambe dai ragazzini delle “fiamme bianche”. L’episodio turbò la classe di Tina; il fratello della sua compagna Francesca Camonico era stato ammazzato il giorno prima: «Costrinsero noi studenti e la popolazione ad assistere all’impiccagione. Fu uno spettacolo orrendo: un impiccato fa paura è una visione tragica. Alcuni bambini svennero, altri piangevano, tutti erano sconvolti». Tornate in classe fra le studentesse vi fu un’accesa discussione: «Scoppiò una lite furibonda, ci siamo picchiate. C’era chi diceva che i soldati avevano fatto bene e chi invece difendeva le ragioni dei partigiani. Chi diceva che era giusto perché quella era la legge e chi diceva che la legge non può
andare contro i diritti». Fu il preside, don Ferdinando Dal Maso, a dire la parola definitiva: «Quello che avete visto è un assassinio, perché lo Stato non può uccidere degli ostaggi, che, perché ostaggi, sono innocenti».

«Furono quelle parole a mettermi in discussione, a farmi interrogare: qual è lo Stato, cos’è lo Stato, quali sono le leggi, che cosa sono le leggi nel rapporto con una concezione, quella cristiana, che non fa mai dello Stato un assoluto, che pone la legge morale al di sopra delle leggi degli uomini, sempre, e che quindi imponeva che un cristiano s’impegnasse per cambiare la situazione».

La discussione continuò la domenica successiva in una riunione dell’Azione cattolica. Era il 1° ottobre 1944 e guidava le giovani il loro assistente spirituale, don Luigi Piovesana. Tra loro c’era ancora Tina:

«La spinta a entrare nella Resistenza, l’ultima spinta, me la diede l’Assistente di Azione Cattolica. Riprendemmo a discutere dell’eticità delle leggi dello Stato, che allora venivano invocate per giustificare le impiccagioni e le rappresaglie; lui disse che la legge che violasse i diritti della persona non solo non era una legge etica, ma che non poteva giustificare queste rappresaglie».

 

«Tina accettò immediatamente»

Fu un’esigenza morale prima che politica a spingere Tina diciassettenne verso la lotta antifascista. L’occasione per entrare nella Resistenza le fu offerta dall’amica Marcella Dallan, fidanzata del partigiano Carlo Maroga. Nello stabilimento Marnati-Larizza, dove si produceva materiale bellico, in mancanza di manodopera maschile lavoravano molte giovani donne. Per loro Emma Parisotto ebbe l’idea di aprire una biblioteca gestita dalle studentesse in due stanze del Borgo Pieve. Tra loro, Tina e Marcella. Facevano più volte la spola Castelfranco-Mogliano, dove s’era trasferita la libreria Marton dopo il bombardamento di Treviso, caricando le biciclette di libri acquistati a prezzi scontati. Le operaie, all’uscita dalla fabbrica, due volte alla settimana, trovavano la biblioteca aperta e potevano scambiare il libro e due parole amichevoli. Ha ricordato Marcella: «Fu proprio in uno di questi nostri incontri che, su incarico di Gino Sartor, comandante della Brigata “Cesare Battisti”, passai a Tina Anselmi la proposta di fare la staffetta. Lei accettò immediatamente». Tina diventò così staffetta partigiana con il nome di battaglia Gabriella. Lei stessa ha raccontato cosa volesse dire fare la staffetta:

«Quasi tutte le brigate avevano una staffetta ed erano tutte donne come me. La staffetta in una zona occupata doveva essere una persona non sospetta che avesse una copertura per giustificare il fatto che si muoveva. Studiavo a Bassano, non c’erano treni, ci si spostava in bicicletta e dunque era giustificato il fatto che io appunto mi muovessi in bicicletta. L’area in cui mi dovevo muovere era quella del collegamento delle brigate della mia zona col Comitato di Liberazione provinciale di Treviso. E poi vi era l’esigenza di mantenere il collegamento fra le varie brigate, la Matteotti di Treviso, la Cesare Battisti e la Martiri del Grappa. E con tutta la zona del Cittadellese, di Galliera. Dovevo io andare a Bassano, venivo invece a Treviso, quasi tutte le mattine, muovendomi alle cinque e mezza, appena finito il coprifuoco. Poi da Treviso andavo a Galliera o a Cittadella, quindi a scuola a Bassano e poi tornavo a casa di pomeriggio. Una media quindi di bicicletta di più di cento chilometri al giorno, che mi creavano il grave problema dei copertoni. I miei amici partigiani avevano l’ordine di rubare buoni copertoni perché io continuassi a correre».

 

«Se volevamo cambiare le cose dovevamo rimanere protagonisti»

Oltre a far la staffetta, col suo battaglione, Tina-Gabriella partecipò di notte ad azioni di sabotaggio ai treni. Nelle lunghe ore di attesa, per la prima volta sentì parlare di politica:

«La prima volta che ho sentito parlare di politica è stato nel dicembre del ’44, perché la mia brigata ospitò padre Mario, un carmelitano che tutte le domeniche a Venezia predicava contro il fascismo e veniva arrestato. Poi veniva rilasciato perché era un religioso. Ad un certo momento la curia di Venezia disse: — Tenetevelo voi e tenetelo nascosto. — E lui arrivò qui, nella nostra brigata con una specie di programma clandestino della Democrazia cristiana. Fu una notte mentre attendevamo il passaggio di un treno da far saltare vicino al Muson. Là nel fossato con noi pieni di freddo ad aspettare. Noi non sapevamo dei partiti, troppo giovani per sapere dei partiti e della politica. Però sapevamo una cosa. Che se volevamo cambiare le cose, uscire da uno Stato che si poneva come valore assoluto al di sopra di ogni morale, dovevamo rimanere protagonisti, dovevamo cioè sì finir la guerra, conquistare la pace, ottenere la libertà, ma bisognava rimanere protagonisti anche dopo, non andarcene a casa».

I diari partigiani della brigata Cesare Battisti, firmati dal comandante Gino Sartor, indicano due azioni del dicembre 1944 a cui può aver partecipato anche Tina Anselmi. Una del giorno 4, l’azione n. 30, quando fu deragliato un treno merci proveniente da Padova e poi danneggiata la locomotiva con delle cariche esplosive. La seconda, l’azione n. 32, il giorno 13, ancora deragliato un treno trasporti con un carico di materiali vari sulla linea Padova-Castelfranco, danneggiata la locomotiva e disarmato un soldato tedesco. Anche la sorella Maria Teresa fa risalire a questo periodo la scelta politica di Tina, rivelando anche un particolare della sua vita privata, tenuto a lungo segreto: «Ha contato la condivisione di certe esperienze, della Resistenza, appunto, con la compagnia di amici. Mi riferisco a mio cugino, Mario Boni, al suo primo amore, Nino Acoleo, compagno di studi di Mario, a Carlo Magoga, tutti cattolici. Nino poi morì di tubercolosi». Nino, «gentile e buono con tutti», aveva contratto una grave tubercolosi renale che lo portò a morire nel 1958 a soli trentadue
anni.

 

«Mi fu consegnata una valigetta con dentro una radio trasmittente»

Del periodo trascorso nella Resistenza, Tina-Gabriella ha raccontato episodi anche divertenti, in fondo era ancora un’adolescente:

«A Treviso mi fu consegnata una valigetta con dentro una radio trasmittente. Quella radio trasmittente doveva andare al comandante regionale allora nascosto in una filanda a Galliera. Mi dissero: — Non fare la strada Treviso-Castelfranco dove ci sono i blocchi. Fai le strade di campagna. — Però io avevo la preoccupazione di non perdere la scuola. E allora con l’incoscienza dei 17 anni, adesso morirei di paura, andai fuori porta Santi Quaranta e al primo camion di tedeschi di passaggio chiesi l’autostop, dicendo che avevo una valigia di libri molto pesante e che dovevo andare a scuola. I tedeschi molto volentieri caricano la bicicletta, la radio che era dentro la valigia e me stessa. Arrivati a Cittadella, quel partigiano che mi doveva aspettare, vedendomi nel camion con i tedeschi, mi pensò arrestata e si diede alla fuga ed io rimasi con la mia valigia senza sapere dove portarla. Andai in una canonica, al prete che mi chiese: — Ma cosa c’è dentro? —Feci con la mano il segno del cappio alla gola; — E ho capito bene, stavolta toccherebbe a me. — Lo tranquillizzai se così si può dire: — Eh, veda un po’ lei dove nasconderla. Stanotte verrà qualcuno a ritirarla. — E così fu».

Il problema di Tina, come di tanti altri, è di trovare il tempo per mangiare in quella vita vorticosa, fra lunghe corse in bicicletta, scuola e azioni partigiane:

 «All’alba a Treviso, poi a scuola a Bassano, tornare a casa prima di cena poi uscire ancora. Io avevo sempre una fame enorme. Andavo nelle canoniche e dicevo: — Avete mica un pezzo di pane?— E quasi sempre il parroco ridendo diceva: — Eh, prima che t’impicchino è bene che tu faccia un buon pranzetto, vieni qua». «Un giorno il mio professore di lettere antiche, grande latinista, che aveva intuito la situazione, mi chiamò alla cattedra e con bonarietà mi disse: — Pigola, pigola, vai in sala professori a frugare nella mia giacca. — Vi trovai un po’ di pane e una fetta di polenta. Non so se in tutta la mia vita mi sia più capitato di mangiare una polenta così saporita».

 

«Mi sono buttata dentro un fossato pieno di fango»

I parroci diedero una mano ai partigiani della Castellana e le canoniche furono spesso un rifugio provvidenziale:

«Una volta mi ha inseguito un camion di fascisti e io avevo sul manubrio la valigetta con dentro la radiotrasmittente che dovevo portare al comandante Galli. Per sfuggire agli inseguitori mi sono buttata dentro un fossato pieno di fango. Scampato il pericolo sono risalita sulla strada ed ero tutta sporca e bagnata. Non potendo certo andare in giro in quelle condizioni, mi sono rifugiata in canonica. Il parroco, quando mi ha visto, non mi ha fatto alcuna domanda, semplicemente mi ha mandata dalla sorella e con una mastella d’acqua mi hanno lavata. L’appoggio di molti preti della nostra terra diede a noi giovani partigiani cattolici una grande forza spirituale e ci aiutò nella lotta».

Un episodio drammatico in cui Tina ha rischiato di perdere la vita è raccontato invece dal nipote del comandante partigiano Giovanni Bortolato “Vatro”. Nel dicembre del 1944, Tina era a Badoere per recuperare materiale paracadutato dagli alleati. Era una zona paludosa dove i lanci potevano avvenire senza rischi e la tela cerata proteggeva dall’acqua. Le fece strada il comandante Vatro. Per sfuggire a una pattuglia di fascisti che stava sopraggiungendo, i due furono costretti a nascondersi sotto un ponte e a immergersi nelle acque gelide del Sile. Tina per il freddo batteva tanto forte i denti che Vatro fu costretto a chiuderle la bocca con le mani per non essere scoperti. Alla scena aveva assistito il nipote di Vatro, Otello, allora dodicenne, nascosto poco lontano in un fossato: «Quando i brigatisti neri si allontanarono, caricai sulla mia bicicletta uno zaino con una parte del materiale paracadutato. All’altro zaino provvide Tina Anselmi».

In realtà, Tina-Gabriella non era una staffetta qualsiasi, ma dopo esserlo stata della brigata Cesare Battisti, fu destinata a essere la staffetta e la segretaria personale del colonnello Cesare Sabatino Galli, il comandante Pizzoni, nascosto a Galliera. Il comandante Pizzoni, notò e apprezzò quella ragazza sempre in bicicletta che gli portava messaggi e a cui non mancava prontezza d’animo. Pizzoni, il 10 marzo del 1945 fu nominato comandante del Comitato di Liberazione Nazionale Regione Veneto. Così, di colpo la staffetta Gabriella si trovò a essere la segretaria del comandante di tutte le brigate partigiane del Veneto.

 

«Abbiamo liberato Castelfranco!»

Il 28 aprile, con Gino Sartor, don Carlo Davanzo e con la sua amica interprete Liliana Saporetti, Tina partecipò alle trattative con il comando tedesco per la loro resa. Raggiunsero un accordo verso la mezzanotte. I partigiani sarebbero entrati in città il giorno successivo dopo la partenza senza ostacoli dei tedeschi.

«Inforcai la bicicletta e per uscire dal paese dovetti passare sotto le finestre di casa. Pedalando felice gridavo: — Abbiamo liberato Castelfranco, abbiamo liberato Castelfranco! — Potevo ben dirlo. Mio padre e mia madre si affacciarono ed ebbero il tempo di vedermi. Urlarono: —Ma dove vai? — Credevano che io fossi dalle suore in collegio».

In via precauzionale, il comandante Sartor ordinò di presidiare la città con sentinelle armate. Incaricò Tina di controllare che fossero ai loro posti. Lei, di quei momenti drammatici, non ha mancato di ricordare un episodio semicomico:

«Mi precipitai in bicicletta. Era ormai notte, era buio; arrivando vidi un’ombra nella piazza e urlai: — Alto là, chi va là! — L’ombra non rispose, non conosceva la parola d’ordine. Allora gli puntai la rivoltella alla schiena e dissi: — Andiamo al comando! — Arrivati riuscii finalmente a vedere il prigioniero e così mi resi conto che l’ombra era mio padre: — Cosa fai qua? — E lui: — Che fai tu qua che tua madre è da stanotte che ti cerca ed è piena di paura? — E io gli dissi: — Vai a casa a tenerle compagnia. Io ho ancora da fare. — Mio padre antifascista arrestato dalla figlia partigiana. Per un po’ fu la barzelletta del paese».

Il 29 aprile, alle cinque del mattino entrarono i partigiani a Castelfranco. Alle sei di sera arrivò la prima colonna americana ma subito lasciò la città. Poi fu la volta di una colonna tedesca. I partigiani tennero la posizione per alcune ore e disarmarono numerosi soldati nemici. Finalmente arrivarono di nuovo gli alleati. In questo contesto confuso avvennero fatti terribili tra Sant’Anna Morosina e Castello di Godego. Tina Anselmi ha ricordato così quell’eccidio, l’ultimo dei tanti perpetuati barbaramente in Italia dalle truppe tedesche in ritirata con la complicità di fascisti irriducibili:

«Un rastrellamento a tappeto provocò la reazione armata della popolazione. La ribellione fu rapidamente domata dai nazisti e dai fascisti che, soprattutto in quella zona, erano ben equipaggiati: i partigiani catturati furono legati ai carri e trascinati per la strada che fu presto disseminata dei pezzi di quei giovani corpi mutilati». Arrivati gli alleati a Castelfranco: «Il comandante mi ordinò di mostrare loro la strada più breve per arrivare in tempo a porre fine al massacro. E così feci. Li raggiunsi, mi misero in cima a un carro armato e da lì indicavo il tragitto migliore per far presto: come tutti i ragazzi cresciuti nella Castellana, conoscevo bene la zona».

Forse fu proprio lei a guidare «le prime punte corazzate della V a Armata Americana che finalmente arrivano nel teatro dei massacri verso le 18.00 del 30 aprile».

 

«Mi diedero il compito di organizzare il sindacato delle filadiere»

Senza soluzione di continuità, finita la guerra e ottenuto il diploma, Tina Anselmi s’iscrisse all’Università Cattolica di Milano e nel contempo iniziò la sua attività di sindacalista. Appena deposte le armi, inforcò di nuovo la bicicletta per organizzare le operaie delle filande. A indirizzarla verso l’impegno sindacale fu Domenico Sartor che sarebbe stato il primo segretario della Cisl di Treviso: «La condizione delle filandiere era tremenda, operaie che lavoravano i bozzoli nelle filande così piene di vapore che sembrava di entrare in una sauna». Donne poco più che bambine «perdevano letteralmente la pelle dalle dita ormai lessate, dieci ore al giorno con le mani dentro quelle bacinelle. Allora mi diedero il compito di organizzarle sindacalmente». Che ciò fosse accaduto subito, lo ha confermato la sua amica Francesca Meneghin. In una riunione di partito il 9 giugno 1945 conobbe Tina Anselmi che le disse: «Sono stata nominata nella corrente cristiana della CGIL». Poi l’avrebbe incontrata più volte a Treviso durane le riunioni del sindacato dei tessili.

Tra le operaie, quelle peggio trattate erano proprio le filandiere. Le filande erano numerose nella provincia di Treviso che era la più forte produttrice italiana di filati da seta. Di seguito le testimonianze di due di loro:

Irene Busato, classe 1912:

«In fianda ierimo tute done. Come unquò go finio i ani dodese, doman so
ndada in fianda, ben o mal. Bisognava ndar. No ghe jera el no, anca se ogni quindese dì me doea la
testa e me tocava star casa. Tuti i mestieri go fato. Me son sposada a vinti quatro ani, so stata in
fianda fin al setimo mese. Go vuo altri fioi me mario xè ndà in guera, col xe tornà nel ‘45 mi gò
tornà a laorar in fianda n’altra volta».

Lina Pesce, classe 1923:

«Son ndaa a lavorar a tredese ani co xe fenia la scuola. Gò lavorà dodese
ani fin che me son sposà. Go fato a scoatina, a ingropina e el mezà dea seda».

 

Il sindacato faticava a entrare in questi ambienti di lavoro. Ha ricordato ancora Irene Busato: «I ì sindacati xe vegnui nà volta, jerimo maestrae che noialtre staimo ben e che no se podea parlar». Uscita dall’esperienza partigiana, Tina Anselmi si gettò a capofitto in questa nuova lotta contro i soprusi a danno delle donne lavoratrici: «Finita la guerra io continuai a occuparmi di questi problemi, perché la gente che viveva nel mio Paese potesse stare meglio». Perciò cominciò a interessarsi delle filandiere, operaie «malpagate e maltrattate» e lo fece con tale passione da diventare la responsabile del settore tessile per il mandamento di Castelfranco, aderendo alla Corrente sindacale cristiana della Cgil, sindacato ancora unitario di tutti i lavoratori, socialisti, cattolici e comunisti.

 

«Mi chiesero di dare una mano e io lo feci»

«Quando sono entrata nel sindacato subito dopo la guerra, le filandine stavano malissimo. Io dicevo loro che avrebbero vissuto meglio e che io e il mio sindacato avremmo lottato perché ciò accadesse, perché si creassero migliori condizioni di lavoro e aumentasse il loro salario e si desse loro l’opportunità di una vita più dignitosa. Non dicevamo certo bugie anche se ovviamente non avevamo la certezza di poter realizzare le loro speranze, che erano i nostri obiettivi».

Come per l’adesione alla Resistenza, la decisione di Tina Anselmi d’impegnarsi nel sindacato delle filandiere fu prima morale che politica, più istintiva che razionale, com’è comprensibile del resto in una ragazza di diciott’anni: «C’era bisogno di agire, di affrontare i problemi e di risolverli. Mi chiesero di dare una mano e io lo feci e la mia risposta istintiva avrebbe trovato un terreno fertile nei miei valori, nei miei studi, nel mio forte senso di appartenenza alla comunità della Castellana». Perciò spinse ancora i pedali della sua bicicletta in giro per le filande della sua terra. In quelle prime ricognizioni parlava con le operaie, cercava di farle prendere coscienza di sé e dei propri diritti:

«Chiedevo quante ore lavorassero alla settimana, beh avevano paura di rispondere perché temevano di essere licenziate. Guardavo le loro mani e pensavo a quanto erano gravi le ingiustizie che stavano davanti a noi. Lavoravano otto, nove ore al giorno i bozzoli nelle bacinelle di acqua bollente».

Dal gennaio 1946, si fece più intensa l’attività della Camera del lavoro di Treviso della CGIL ancora unitaria. S’invitavano i lavoratori a non aver paura di ricorrere al sindacato, compito che fu affidato ai vari delegati mandamentali. Invece, succedeva che i dipendenti di un’azienda non si rivolgessero al sindacato «anche di fronte ad evidenti manchevolezze o soprusi per timore di rappresaglie da parte dei datori di lavoro». La paura di ritorsioni padronali era diffusa soprattutto tra la manodopera femminile, la più indifesa. Tina si trovò di fronte donne del tutto digiune di sindacato, inconsapevoli dei propri diritti. Proprio le filandiere, di cui lei era la delegata mandamentale, erano facilmente ricattabili e i loro contratti di lavoro non erano quasi mai rispettati:

«Quante volte mi sono fatta carico in prima persona delle loro rivendicazioni, andando a parlare al loro posto. Su di me, che ero una studentessa, era difficile che il padrone facesse delle ritorsioni. Poi, una volta ottenuti i risultati, bisognava continuare a parlare con le ragazze, spingerle a restare unite, a iscriversi al sindacato, a tutelarsi, convincerle che un risultato ottenuto va difeso, perché i soprusi e le ingiustizie erano all’ordine del giorno».

 

«Occorre risolvere i problemi sindacali tipici delle donne»

L’occuparsi delle filandiere rese Tina Anselmi precocemente sensibile verso la questione femminile. Già nel 1946, partecipò a un convegno della Corrente cristiana del sindacato dove le delegate avanzarono delle prime importanti rivendicazioni, riassunte in una mozione finale:

«Occorre innanzitutto dare più spazio alle donne nei direttivi confederali, di categoria e nella fase di contrattazione, non per cordiale elargizione dell’elemento maschile, ma come parte di un tutto,
indispensabile per le sue specifiche competenze. Occorre risolvere i problemi sindacali tipici delle donne, non esclusi quelli economici e di categoria, di riconoscimento di qualifiche, ambientali, igienici, morali e psicologici, con particolare riguardo a quelle che sono le esigenze delle madri costrette al lavoro. Gli schemi dei contratti collettivi devono essere vagliati anche dalle donne. Occorre siano obbligatorie le tabelle che esentano le donne da determinati lavori e soprattutto l’obbligo di sottrarre le donne in stato di gravidanza e nel periodo di allattamento dai lavori e dagli ambienti antigienici».

In quei mesi molte giovani operaie aderenti al movimento femminile che si stava organizzando nella DC cominciarono ad avere una presenza più consapevole in ambito sindacale e all’interno delle aziende. Erano le amiche di Tina. Alcune di loro, le più attive nelle lotte per il riconoscimento dei diritti delle lavoratrici, pagarono di persona «subendo minacce da parte dei datori di lavoro, fino ad arrivare al licenziamento. I disoccupati erano numerosi, non esistevano ancora tutele sindacali». Soprattutto «c’era molta disuguaglianza tra uomini e donne» anche salariale, come mostra il diverso trattamento orario a parità di qualifica ottenuto con il nuovo contratto, riassunto nella seguente tabella:

Nel 1946, dopo la sospensione estiva della campagna bacologica, riaprirono i battenti di alcune filande della provincia di Treviso. Le ragazze del sindacato tessili girarono la provincia per informare le filandiere delle nuove conquiste contrattuali e per aggiornarle sui loro diritti.

 

Il sindacato si è battuto per un salario maggiore

Si diceva loro che il sindacato si era battuto perché i padroni applicassero le nuove norme che assicuravano un salario maggiore. Così sarebbero potute arrivare a fine mese senza patire la fame. Occorreva però che ritardassero la riapertura delle filande prevista per fine settembre, rifiutandosi d’iniziare i lavori. Così aveva ordinato con una circolare il sindacato provinciale dei tessili e se ne affidava l’esecuzione ai delegati mandamentali, per Castelfranco Tina Anselmi. Infatti, la campagna dei bozzoli era stagionale e prorogarne l’inizio significava protrarre il lavoro e quindi il salario di quelle donne «il più possibile nella dura stagione invernale», quando era ancor più difficile procacciarsi in altro modo di che vivere, essendo poverissima la provincia di Treviso. Lo confermò uno studio delle Camere di commercio italiane di qualche anno successivo dandone un quadro desolante, quand’era fortemente arretrata, praticamente la più povera dell’intera Italia settentrionale. Nel 1953, il 62 per cento della popolazione della Marca era ancora dedito a un’agricoltura che produceva scarsi redditi ed era in gran parte sparsa in piccoli centri rurali, insediamento che
favoriva la forte diffusione di sottoccupati nel settore primario, soprattutto donne. Intanto, accelerò la crisi del settore della seta.

Nell’agosto del 1947, erano ancora migliaia le donne trevisane che lavoravano durante la campagna bacologica. Ma la loro situazione era, se possibile, ancor più precaria che in passato. Con la sua bicicletta, Tina Anselmi si prodigò parecchio per la Castellana in giro per le filande. Si trattava di indire delle riunioni per tranquillizzare le donne preoccupate di perdere il lavoro, di dar loro dei consigli, fornirle dei moduli per richiedere il sussidio. Grazie al lavoro delle delegate e alle lotte delle iscritte, il sindacato tessili poteva rivendicare alcuni successi: si era ottenuta per le filandiere «la cassa integrazione salari a tutto il 30 giugno 1947» e dall’Inps una sua proroga fino al 31 agosto che non era ancora stata pagata solo per ritardi burocratici. Intanto, occorreva invitare le lavoratrici a «presentare la domanda di disoccupazione onde non perdere anche questo, che sembrava l’ultimo
diritto», essendo riusciti a ottenere un aumento del sussidio da 50 a 208 lire giornaliere.

 

«È necessario porre un termine a tutti gli abusi»

Tina Anselmi partecipò anche al Comitato direttivo provinciale del sindacato tessili che si riunì in seduta straordinaria a Treviso il 10 gennaio 1948. Si approvò il seguente ordine del giorno

«Vagliata la grave situazione in provincia per l’ingiustificata inattività della maggior parte delle filande con la conseguente disoccupazione di 7000 lavoratrici e constatato che ciò dipende dall’incomprensione e dall’egoismo degli industriali filandieri, si denunciano gli stessi all’opinione pubblica, colpevoli di aver dimenticato i favolosi utili accumulati negli anni per merito delle filandine e di averli investiti in acquisto di terreni ed altri beni od accantonando all’estero somme enormi sottraendole così all’economia della nazione. Si confida che le autorità sapranno porre fine a questa scandalosa situazione. Si dichiara che l’organizzazione sindacale continuerà la lotta valendosi di tutti i mezzi sindacali a sua disposizione fino al raggiungimento del sacrosanto diritto al lavoro dei lavoratori e al pieno rispetto dei patti contrattuali».

Nonostante i contributi ricevuti dallo Stato, molti industriali filandieri non se la sentirono di riaprire le fabbriche, temendo di perdere i loro denari a causa della concorrenza estera. Molti contadini iniziano a tagliare i gelsi essendo ormai fuori mercato la produzione dei bozzoli. Le filandiere si mobilitarono, scesero in piazza, urlarono la loro rabbia sotto le finestre del Prefetto. Stilarono un comunicato pubblicato dai giornali:

«Le filandine della provincia scendono oggi in piazza per manifestare a tutti le ingiustizie commesse ai loro danni e per dire a chi di dovere che è necessario porre un termine a tutti gli abusi. Hanno dimostrato per parecchi mesi di attendere pazientemente la soluzione pacifica dei loro problemi, ma di questa pazienza si è abusato speculandovi sopra. Riapertura di tutte le filande della provincia e lavorazione fino all’esaurimento dei bozzoli; rispetto delle norme sancite dai contratti e dalle disposizioni vigenti sui contratti di lavoro; trattamento previdenziale anche alla nostra provincia come quelle delle province circonvicine. Questo vogliono le 8000 filandine con l’appoggio di tutti i lavoratori tessili della provincia in omaggio a quanto sancito dalla Costituzione sul diritto al lavoro, perché questo principio venga attuato dove esiste la possibilità. Ma manca soltanto la buona volontà da parte di alcuni esosi industriali filandieri»

 

«Una volta sono stata arrestata perché avevo turbato l’ordine pubblico»

Tina Anselmi fu in prima linea per la difesa delle lavoratrici. Lo ha testimoniato un vecchio sindacalista, allora giovanissimo, Lorenzo Cadamuro:

«Vi era una grossa vertenza a Ramon di Loria, dov’era una filanda che la proprietà non voleva riaprire. La Anselmi non esitò un istante e si prese il carico di continuare l’azione per rivendicare la possibilità di lavorare e si verificò la seconda occupazione di fabbrica in provincia di Treviso. Erano circa novanta filandine che avevano riaperto la fabbrica e iniziato a produrre il filo. Era il padrone che non voleva che le filandine s’interessassero più, perché non voleva continuare nell’attività. L’azione di lotta durò alcuni giorni finché non ci fu una ripresa dell’attività e con questo cessò l’occupazione».

Lei stessa ha ricordato un episodio che conferma ancora una volta come si fosse battuta con forza e vigore per i diritti delle filandiere. Quando guidò le donne ad occupare la filanda, fu arrestata con l’accusa di aver turbato l’ordine pubblico: «Allora i preti organizzarono una spedizione con i carretti e i cavalli e arrivarono davanti alla prefettura di Treviso. Fecero l’ira di Dio e il prefetto mi lasciò andare a casa». La Resistenza e i tre anni di militanza sindacale hanno formato Tina Anselmi rendendola sensibile, una volta diventata prima donna ministro della Repubblica, ai problemi degli ultimi, specie se donne, giovani, lavoratrici e madri. Non è un caso che la prima importante legge italiana sulla parità salariale porti il suo nome, “Legge Anselmi”. S’intitola: Parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro, è la n. 903 del 9 dicembre 1977.

 

«La condizione femminile è la spia della buona salute di una democrazia»

L’impegno di Tina Anselmi non è mai venuto meno anche una volta smessa l’attività politica. Ha girato molto per le scuole. Le interessava parlare ai giovani e soprattutto alle giovani, al futuro del Paese, voleva che sapessero, che non dimenticassero e che non rinunciassero mai ad agire:

«Il mio rifiuto all’evasione, la mia voglia di esserci, di partecipare, mi vengono imposti non solo dalla mia coscienza, ma dalla consapevolezza che noi che siamo stati i testimoni dobbiamo raccontare ciò che abbiamo vissuto. Dobbiamo testimoniare per creare la condizione politica perché il passato non risorga con i suoi orrori. La condizione femminile è la spia della buona salute di una democrazia ed egualmente lo è la condizione in cui si trova la cultura. E noi siamo un Paese che ha un passato glorioso che ha un patrimonio da difendere, sperperarlo è un segno di arroganza, d’ignoranza, di disinteresse per il bene comune. Mi sono sempre chiesta per quale motivo il disprezzo per la cultura vada di pari passo con il disprezzo per il valore delle donne. Ognuno dia la risposta che vuole. La storia c’insegna che quando ciò accade, il futuro si tinge di nero».

(Tutte le citazioni sono tratte da “La giovane Tina Anselmi. Dalla Resistenza all’impegno sindacale e politico 1944-1959, 2018, e da “Tina Anselmi. Una vita per le donne”, 2023, entrambi di Mauro Pitteri)